Di Antonio Cecchi.

Everything in its right place

“Credo soltanto nell’amore. L’amore aiuta a comprendere”. Robert Bresson

Alla fine del primo capitolo del film “True detective“ l’ex investigatore della polizia Cole (Matthew Mc Conaughey) apostrofa sarcasticamente i due agenti che lo stanno interrogando con un “allora fatemi  le cazzo di domande giuste!“ e sono proprio le domande giuste quelle che nessuno, o quasi,  si pone nel vivere quotidiano, da questa premessa alcune note su quella che è la migliore opera cinematografica da lustri per la televisione (ossimoro!!), targata HBO.

“True detective”, la vera indagine, nel titolo è dichiarato l’intento di Nic Pizzolatto, soggettista, sceneggiatore, scrittore “tout-court”: descrivere lo “stato delle cose” negli Stati Uniti ed oltre, fin dove impone le sue leggi l’impero della Merce  usando il “genere”, la “detective story” (1): paesaggi interiori ed esteriori in bilico, assediati dal mutamento continuo imposto da un sistema che nell’avanzare crea il vuoto dietro di sé, una apocalisse culturale ininterrotta generante isolamento, nevrosi diffusa e violenza; le raffinerie di petrolio sul limes del bajou prefigurano la vittoria dell’inanimato sull’animato (anima), la morte in vece della vita.

Il detective Cole precipita all’inferno con la perdita della figlia, la catastrofe lo apre però ad una visione lucida del mondo per poi avanzare da iniziato su una via, atroce, di conoscenza e redenzione; Il detective Hart (Woody Harrelson) vive invece, di fatto, la vita precedente di Cole: una famiglia, la dimensione piccolo borghese, fra infedeltà, un quotidiano ripetitivo ed alienante, piccole indagini di provincia, nell’incoscienza, nella de-responsabilizzazione.

La sequenza della cena di Cole a casa del detective Hart è straziante e rivelatrice dell’abisso che divide all’inizio della vicenda i due protagonisti.

L’ incontro è fra un Maestro ed un Allievo: nell’indagine della quale sono incaricati Cole sarà la guida ed Hart lo seguirà con difficoltà ma sempre maggior coscienza dell’importanza che questa ricerca riveste per la sua esistenza fino a riconoscere in Cole prima il Maestro eppoi, raggiunta la maturità, un Amico.

L’aspetto cristologico della vicenda, presente sottotraccia, si paleserà nell’ultimo capitolo dove si avrà la “morte e resurrezione” di Cole ed il conseguente simbolico abbandono dei vecchi abiti lasciati nell’ospedale dove era ricoverato insieme ad Hart.

La ricerca dell’espiazione in Cole, la riflessione sul passo del giardino dei Getsemani  nel Vangelo (“Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà” Matteo 26,41) e quindi il suo porsi come agnello sacrificale non deve far cadere in errore riguardo alle intenzioni di Cole/Pizzolatto: il rifiuto e la condanna della religione sono categorici, una illusione da vigliacchi o ritardati mentali, la figura del predicatore è tragica ma non negativa, la sua buona fede viene riconosciuta da Cole ma questa non lo salverà dal fallimento.

Nessuno, vuoi per ignavia, vuoi per interesse, persegue la verità, solo i due protagonisti si faranno carico di cercare e combattere il Male; un male niente affatto metafisico ma generato dalle differenze di classe, dall’oppressione economica dove i ricchi divorano i figli dei proletari pescatori di gamberi od operai, il paesaggio al contempo naturale ed artificiale è palcoscenico di rapporti umani inconsistenti governati dall’incoscienza; in questa oscurità che ricorda un cielo notturno le stelle dei pochi individui integri sono brecce attraverso le quali la luce dell’Umanità si impone e lotta.

Pizzolatto non descrive una contrapposizione fra individuo “naturale” e culturale, il bajou nasconde il Male quanto la città, è la specie umana che lo porta nel mondo; le riprese aeree delle paludi della Louisiana vogliono accentuare l’effetto di spaesamento dei protagonisti nell’attraversare territori che per quanto limitrofi alla città rimangono sconosciuti, evidente il rimando all’in-conscio.

Il ruolo di confessore e giudice che Cole si ritaglia, di “piccolo prete” e di Caronte per i colpevoli dei delitti più efferati è consequenziale alla sua sfiducia nel ruolo delle istituzioni, non a caso la vicenda sarà, in parte, risolta solo quando entrambi i protagonisti non saranno più in servizio: l’istituzione della polizia non ha il compito di risolvere niente (in un mondo dove tutto ritorna uguale…) ma di assicurare che non venga turbato lo status-quo, servi e padroni, vittime e carnefici devono continuare ad esistere.

L’andamento a flash-back della prima, lunga, parte della narrazione restituisce con forza il mutamento dei protagonisti e nello stesso tempo mette in evidenza l’invarianza, a distanza di quasi vent’anni, del contesto sociale. Il livello di lettura che Pizzolatto impone allo spettatore è da indagine antropologica: la descrizione accurata dei luoghi e degli umani che vi vivono, il loro galleggiare pronto a sprofondare nel mare, è raccontato con pietà ma implicita condanna della viltà che segna il comportamento umano, il preferire la menzogna di un predicatore o di un politico all’emancipazione: pochi vogliono davvero essere liberi e questi pochi sono destinati all’isolamento come il detective Cole, nessuno lo riconosce, solo il Male lo farà, due volte.(2)

Lo straordinario e commovente monologo finale (“potevo sentire il loro amore…”) chiude (?) la vicenda ma non la Storia, ancora bambini moriranno ed ancora pochi giusti lotteranno per rovesciare il mondo nel quale viviamo, i Re in giallo (3) rimarranno nelle loro regge, pagheranno gli esecutori mentre i mandanti rimarranno impuniti nell’ombra.

Everything in its right place, perchè ogni cosa al suo giusto posto? Riconoscere dove albergano il bene ed il male è l’inizio della liberazione ed i detective Hart e Cole riescono in quello che è il compito di ogni esistenza degna.

Due appunti finali:  il colore verde, il colore del Male, che ritorna nei momenti topici della narrazione e sul quale Gustav Meyrink, autore de “Der Golem” scrisse nei primi del novecento un romanzo “Il volto verde” che merita di essere riscoperto; “La isla minima” gran bel film spagnolo del 2015, un “True detective” più politico ed ancor meno consolatorio dell’originale, da vedere.

NOTE:

1 – così hanno fatto registi come Carpenter, Romero, Hill, Friedkin; d’altronde lo spazio che viene concesso alla critica, anche radicale, al Sistema è sempre stato esiguo in una arte che necessita di capitali cospicui e che l’industria culturale usa come uno dei veicoli principali di ri-produzione del consenso, la questione del “genere” nel cinema come nella letteratura è argomento delicato: la critica spesso declassa  l’opera di “genere” a prodotto popolare ma sarebbe bene ricordarsi che “Delitto e castigo” di Dostoevskij è a tutti gli effetti una detective story, “Il Maestro e Margherita” di M. A. Bulgakov attraversa vari registri, comico, gotico, grottesco…”la storia” della Elsa Morante ha nella lunghezza e nella forma i canoni del grande romanzo ottocentesco e via di seguito…per finire con fumetti come “L’eternauta” di Oesterheld/Lopez o V for vendetta di Moore/Lloyd che niente hanno da invidiare alla grande letteratura

2- “Se scruti a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te” F. Nietzsche “Al di là del bene e del male”

3- “Il Re in Giallo” romanzo di Robert W. Chambers pubblicato nel 1895

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